miércoles, 30 de noviembre de 2016

El criollo falsificado (El porteñito), de Ángel Villoldo (1906)


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Él:
Soy hijo de Buenos Aires
E me llaman el criollito,
El más pierna e compadrito
Per cantar e per bailar.
De las chinas un querido
Todas me brindan amores,
Soy el que entre los mejores
Siempre se hace respetar.

Ella:
Este tipo extravagante
Que viene a largar el rollo,
Echándosela de criollo
Y no sabe compadrear.
Es un gringo chacarero
De afuera recién llegado
Un criollo falsificado
Que la viene aquí a contar.

Él:
Soy tremendo para el baile
Se me voy donde hay .......
E agarrando la guitarra
La “melunga” sé cantar.

Ella:
No arrugués que no hay quién planche
Afeitate, volvé luego,
Que te ha conocido el juego
Gringo, podés espiantar.

Él:
No te hagás la compadrona
La paciencia se me acaba,
Te va´ a comé una trompada
Se me llego yo a enojar.

Ella:
Arrimate che italiano
Y haceme una atropellada.

Él:
Te la doy.

Ella:
Pura parada
Si ni el agua vos cortás.

Él:
Fijate qué firulete, qué parada
No hay ninguno que me pueda guadañar.

Juntos:
Porque somos para el tango
Los más piernas,
Y sabemos hacernos respetar.





Letra y música: Ángel Villoldo  (Ángel Gregorio Villoldo Arroyo).

Intérpretes: Alfredo Gobbi y Flora Rodríguez de Gobbi.

En la foto: el bailarín Ovidio José Bianquet, conocido como El Cachafaz.


sábado, 26 de noviembre de 2016

Lontani ricordi della Repubblica Argentina, Grisante Borgondo (1950)




«All’Eccelentis. Generale
DON JUAN DOMINGO PERON
Presidente della Repubblica Argentina
L’augurio, che possa realizzare i
Suoi alti ideale, per un avvenire
Sempre migliore della Sua Nazione

ARGENTINOS, ITALO-ARGENTINOS,
Agradecemos muy mucho a Ustedes, puès quisieron onornanos de presencia para oir esta mi pobre palabra: pido à Ustedes disculpa, si en mi poca preparación por cierto no podrè cabla de la Republica Argentina como merece. Aseguro, que mi corazón aùn después de tantos anos todavía es lleno de sentimientos de amòr hacia esa grande tierra.

EVIVA ARGENTINA

SIGNORE, SIGNORI,

ho creduto mio dovere prima di ogni cosa ringraziare la collettività argentina per averci onorato di presenza ed ho chiesto venia, se nelle mie poche possibilità, no potrò parlare di quel grande paese, come si conviene.
Non è senza grande commozione che inizio la mia lettura, poichè il mio attaccamento verso l’Argentina è così vivo, sebbene sia quasi trascorso mezzo sezolo, d’avermi prima pensoso ed ora quasi tremante di non poter assolvere il mio impegno, di non poter porgere a Voi questi miei ricordi secondo i miei intendimenti.
Era ed è ancora oggi risaputo da tutti, che chiunque abbandoni la propria patria, per tentare l’avventura nelle lontane Americhe, ha già prefisso nella sua mente la speranza di trovare al suolo pesos, dollari, reis, a seconda della nazione in cui sbarca. Forte di quella speranza non appena giunto colà, cerca, avidamente; fu, Vi assicuro, una amara delusione. Non solo, ma ai primi giorni mi capitò una disaventura, che poteva avere gravi conseguenze per me. Una mattina salii sopra una tramvia per recarmi alla parte periferica di Buenos Aires, mi accostai al fattorino per corrispondere l’importo del biglietto e quegli mi disse: “Tiene, Uste, que bajarse, Senor”. Feci un rapido esame mentale per poter capire quello che mi avesse detto; bacarse, bacato. Allora ero giovane alquanto vigoroso non certamente bacato. Alla replica del fattorino compresi più dal gesto, che dalla parola la necessità di scendere dalla vettura. Ne conobbi in seguito la ragione; in quel tempo sulle vetture tramviarie potevano rimanere solo persone sedute. Alquanto confuso raggiunsi l’uscita, spiccai un salto, ma con la persona rivolta in senso contrario al movimento della tramvia, che aveva già ripresa la sua corsa, toccai il suolo e caddi riverso, restando alquanto tramortito.
Buenos Aires è divisa in due parti da due lunghe vie: l’Avenida de 25 Mayio e la calle Rivadavia, questa del nome del primo presidente della Repubblica Argentina. Si diceva allora, che un toscano, nell’attraversare questa via, leggesse rivada via ed esclamasse: “Sicuro che me ne vado via”. Anch’io dopo la mia disavventura pensai di fare altrettanto.

Il principio di una vita nuova in un paese straniero è sempre difficile, irto di difficoltà, pieno di incognite. Chi si avventura deve sopportare con forza disagi, avversità, durezza del vivere, difficoltà della parola, l’ansia di guadagnare un pezzo di pane, anche, se questo costa poco. Aggiungete il fattore morale, il pensiero costante della famiglia, il ricordo del paese dove siete nati, dove avete vissuto la prima parte della vostra vita, certamente la migliore, e non avrete che una pallida idea delle inaudite sofferenze dell’umile emigrato. Solamente chi ha provato può darsi ragione, notare questi sentimenti che deprimo il morale, che agiscono sui centri nervosi, inibendo la corrente che sostenta lo spirito. Sovente l’emigrato non potendo sopportare le avversità ritorna in patria o si abbandona agli eventi spesso funesti.

[...]


SIGNORE, SIGNORI,
se qualcuno di voi dovesse per avventura recarsi nelle Americhe, sia più provveduto di me, non creda di trovare denari al suolo, giudichi queste dicerie nel suo valore simbolico. E’ solamente dal duro, diuturno sacrificio del lavoro e, nella Repubblica Argentina, dalla coltivazione della terra, che nascono benefici sicuri.

L’Argentina è un paese di grande avvenire, d’immigrazione e di colonizzazione per eccellenza; è la nazione che meglio risponde al noi latini per il clima, per l’affinità di vivere: ragioni tutte, che rendono meno penosa la nostalgia della Patria lontana.

 Per il bene dell’umanità tutta è desiderabile che si avveri il detto della prima parte della canzone nazionale argentina:

Oid, Mortales, el grito sagrado
Libertad, Libertad, Libertad.

Udite, o mortali il grido sacro “Libertà”).

Auguriamoci che le nubi, adensatesi sull’orizzonte europeo abbiano a diradarsi, scomparire completamente, e dar luogo all’azzurro del cielo: azzurro di cui fa parte la nostra bandiera bresciana e quella più grande della Repubblica Argentina, azzurro, che vuol significare tranquillità, pace, lavoro.

E’ dovere di ogni straniero residente in quella terra ospitale opporre, accanto alla propria bandiera, quella nazionale argentina, in occasione di manifestazioni: esprimo forte l’augurio, che le nostre due bandiere possano sempre camminare unite per un avvenire migliore delle due Nazioni, madre l’una di cose grandi nei tempi, figlia onorevole, benedetta, l’altra.

EVVIVA L’ARGENTINA»

Grisante Borgondo. Lontani ricordi della Repubblica Argentina. Brescia, 26 gennaio 1950. Auspici “La famija Piemönteisa” ed il Circolo Argentino di Brescia.

Más información: Testimonianza storica di un piemontese in America


jueves, 24 de noviembre de 2016

L'argentina vista come è, Luigi Barzini (1902)





«L’addio
(Dal Corriere della Sera del 19 novembre 1901)


Da bordo del Venezuela, 12 ottobre.

Chi può udire senza commozione profonda il grido che si leva da una nave carica d’emigranti, nel momento della partenza, quel grido al quale risponde la motitudine assiepata sulle banchine, urlo disperato di mille voci rauche di pianto? Gridano addio! E par che gridino aiuto!...
L’addio! Non c’è cosa più amara e più dolorosa. Tutta l’umana sofferenza può essere espressa in questa parola: addio! In fondo ad ogni nostro dolore possiamo trovare sempre un addio: a qualche cosa o qualcheduno.
Io non dimenticherò mai la triste partenza di questo vapore che mi trasporta al di là dell’Atlantico; forse perchè anche io, partendo, mi sento un po’ compagno agli emigranti che sono a bordo. E anche perchè nella noia e nella sidillusione dei viaggi vi sono due grandi emozioni, due sole, alle quali nessuno può sottrarsi: la partenza e il ritorno.
Quando si ode a bordo l’avvertimento: “Chi non è passeggiero, a terra!” comincia un momento di strazio. Pare che soltanto allora chi parte abbia nettamente il sentimento dell’irreparabile. Si direbbe che vi fosse in ogni anima questo pensiero: potrei ancora non partire! Ciò dava coraggio.
“Chi non è passeggiero, a terra!” –ripetono delle voci indifferenti di marinai. Scoppiano i pianti fra la povera folla accampata sui ponti; si annodano abbracci lunghi, violenti, disperati; le facce lacrimanti si reclinano sulle spalle scosse dai singhiozzi; delle parole interrotte e affannose s’intrecciano: Ricorda!... Scrivi!... Torna, torna!...
“A terra! A terra!” – ammoniscono crudelmente i marinai: e cominica per la passerella la dolorosa processione di chi rimane. Non sono molti. L’amaro conforto dei saluti non è per tutti. È una folla varia che si dispone lungo la banchina, con le pallide facce attente alla nave, aspettando.
Vi è qualche cosa di funebre in questa attesa. Infatti la partenza di un emigrante per un lontano paese ha un po’ della morte. Egli muore alla sua vita consueta. Muore per i suoi, muore per il suo paese, sparisce verso l’ignoto. Egli forse pensa vagamente ad un ritorno, è vero; la sua morte ha una speranza di risurrezione. Ma nel momento del distacco il turbine del dolore disperde ogni sogno. Egli ha l’occhio perduto e il viso desolato di chi si trova di fornte all’abisso insondabile di un’altra vita. Questa morte è peggiore della vera, dell’ultima, in ciò: che qui vi è la desolazione di chi parte aggiunta alla desolazione di chi rimane. Questi due dolori di fronte, dalla riva alla nave, si nutrono l’uno dell’altro fino alla disperazione.
Le anime legate d’affetto sono come specchi che si mandino le immagini: ciò che vi passa dentro si riflette centuplicato all’infinito.
Tutti tacciono perchè tutti sentono che parlare sarebbe piangere. Solo qualche voce mormora ogni tanto: coraggio! E dei singhiozzi rispondono. Un emigrante arriva in ritardo, correndo, seguìto da una donna. Hanno il volto acceso dalla corsa e tutto bagnato di lacrime. Sul limite dell’imbarcadero si abbracciano strettamente, senza una parola, mentre i faccini pronti a ritirare la passerella gridano: Presto! Poi l’uomo si svincola e si slancia a bordo, come fuggendo. Lo segue lo sguardo desolato della donna che rimane immobile, stordita. Nessuno bada a questa scena; il dolore rende egoisti, cioè crudeli; i dolori degli altri sono spesso di conforto ai proprî.

*
*                        *

Nel silenzio si odono i comandi dall’alto della plancia: i fischi dei segnali trillano degli ordini. Da tutto intorno viene intenso il tuono della vita, il palpito della città indifferente. I tams elettrici fuggono rombando lungo la via di circonvallazione e suonano allegremente le loro campanelle. Il frastuono d’un treno in partenza si spegne nel tunnel che va a sboccare nella luminosa San Pier d’Arena. un mondo di gente passa lontano senza fermarsi, senza volgersi, inconsapevole dei mille drammi che ì a due passi hanno nella partenza imminente un unico epilogo. Dalle colline scende il vento fresco e porta gli ultimi profumi della terra. I giardini non sono mai stati così verdi e belli, così crudelmente allettevoli. Il colossale Nettuno della villa Doria, guarda dal folto degli alberi con profondo disdegno il suo regno antico, il mare; pare che dica: Qui, qui si sta bene! Genova tutta sorride al sole...
I preparativi fervono. Le grandi braccia lente delle gru hanno posto nella stiva aperta le ultime casse. Erano bagagli d’emigranti, poveri bauli di legno grezzo, cesti, vecchi cofani borchiati di ferro che gemevano sotto la stretta delle funi. la passerella viene ritirata. Nulla è più fra la terra e la nave. Si ode un comando. Gli argani di prua si mettono a girare con frastuono: l’àncora sale, esce lentamente dal mare bagnata e scintillante. Gli ormeggi si allentano. Sotto alla poppa l’acqua comincia a ribollire, si forma un vortice da cui la spuma fugge in tumulto spandendosi lontano: l’elica è in moto.
Gli emigranti si accalcano ai parapetti, si arrampicano agli attacchi delle sartie, lottano per un posto, pallidi, silenziosi, risoluti.
Il piroscafo si sposta: lentamente scorre lungo la banchina. La folla muta lo segue passo passo facendo dei segni d’addio. Qualche fazzoletto sale agli occhi, ma per poco; non c’è tempo di piangere, su vuol vedere, vedere fino all’ultimo, vedere fino che è possibile: i momenti sono preziosi. Gli occhi non si distolgono un istante dalla nave; occhi rassegnati e dolenti, nei quali con l’espressione della sofferenza vi è tanta dolcezza d’implorazione. Chi soffre rassegnato ha lo sguardo del vinto che domanda pietà, ed emana da lui tutta la poesia della sconfitta. Una povera donna solleva sulla testa un bambino che saluta con tutte e due le manine, ridendo.
Ad un tratto il vortice di spuma diventa tempestoso, l’elica comincia a pulsare rapidamente facendo vibrare la nave tutta. La terra si scosta, Allora delle voci si levano, dei pianti mal contenuti scoppiano. Poi, improvvisamente, dai fianchi del piroscafo si sferra il grido disperato che stringe il cuore, l’urlo che quasi non sembra più umano: Addio! E mille braccia si tendono verso la terra e si agitano quasi nell’inane sforzo d’un ultimo amplesso.

*
*                        *

Addio! risponde la folla già confusa sullo scalo. Sopra di essa biancheggiano i fazzoletti agitati, e ogni fazzoletto è riconosciuto da bordo come se fosse un volto, è seguìto fissamente, avidamente. Quel puntino bianco che sfarfalleggia sulle teste ripete ancora una volta tutto quel mondo di cose inesprimibili che le anime sanno dirsi quando il pianto rende muta la bocca.
Ogni cosa sparisce lontano; gli uffici doganali e i docks del ponte Federico Guglielmo non sembrano più che casette biancheggianti al sole. Si passa vicino ad una nave-scuola, dalla quale arrivano le allegre battute d’una marcia militare; dei ragazzi in uniforme marinaresca si affacciano al parapetto agitando i berretti. Il nostro piroscafo silenzioso si allontana scivolando sull’acqua calma e serena. Sopra un carboniere, dei marinai in catena eseguiscono una manovra, e il loro canto lietamente si spande nella quiete del porto. Si gira il Molo Vecchio, dietro al quale spunta la foresta delle alberature veliere, un intreccio folto di sartie, di scale e di pennoni che spicca sull’azzurro immacolato del cielo; il mare scherza in mille modi sugli scogli interno alla lanterna. Allegri squilli di tromba vengono da due navi da guerra ancorate al Modo Lucedio; dei canti lontani pare che si chiamino. I gabbiani si rincorrono a fior d’acqua gridando, come per giuoco. Girando il Molo Giano per uscire dal porto, Genova intera si apre allo sguardo, vigilata dai forti, incantevole. Vi è per tutto una gioiosa aria di festa!
Poco a poco ogni cosa fugge all’orizzonte e si annebbia. La faccia della Patria impallidisce lontano, ma lungamente ancora corrono su di lei fervide le ultime carezze della sguardo nostro....»


Luigi Barzini, L’Argentina vista come è. Milano, Tipografia del Corriere della sera, 1902.

Cerimonia di Premiazione "Premio Internazionale Flaiano - Italianistica" 2016




“Libertango” di Astor Piazzolla
Concerto di fisarmoniche del gruppo Diapason Armonico


Cerimonia di premiazione Premio Internazionale Flaiano 2016 Italianistica - La cultura italiana nel mondo.

Mediamuseum, Pescara, 21 de octubre de 2016.

Fernanda Bravo Herrera premiata a Pescara, Renata Adriana Bruschi (2016)





Intervista a cura di Renata Adriana Bruschi, pubblicata su “Tribuna Italiana”, n° 1588, del 17.11.2016, p. 13.
Disponibile sul link: Tribuna Italiana n° 1588.


Maggiori informazioni: Sur225Reloaded


Premio Internazionale Flaiano di Italianistica




VINCITORI
PREMIO INTERNAZIONALE FLAIANO DI ITALIANISTICA
- TUTTE LE EDIZIONI –



2002
Daniela Amsallem - Lione
Peter Kuon - Vienna
E’anna O’ Cellachàin - Edimburgo
Joanna Ugniewska - Varsavia

2003
Ginette Herry - Parigi
Mladen Machiedo - Croazia
Millicent Marcus - San Francisco
Irmgard Scharold - Amburgo

2004
Marcel Schneider - Parigi
Smaranda Bratu Elian - Bucarest
Tibor Szabò - Budapest
Minoru Tanokura - Tokyo

2005
Rita Marnoto - Lisbona
Gerard Marino - Parigi
Federica Brunori Deigan -Washington

2006
Lucia Re e Paul Vangelisti - Los Angeles
Larissa G. Stepanova - San Pietroburgo
Ariel Rathaus - Haifa

2007
Dagmar Reichardt - Amburgo
Teodolinda Barolini - New York
Adel El Siwi - Egitto

2008
Laura Benedetti - Washington
Thomas Stauder e Angela Barwig - Amburgo
Prof. Andreev – Mosca

2009
Tian Shigang - Shanghai
Margherita Heyer-Caput - San Francisco
Stefano Fogelberg Rota - Stoccolma

2010
Pal Jòzsef - Budapest
Yasuko Matsumoto - Tokyo
Stanislao G. Pugliese - New York

2011
Laura Lahdensuu - Helsinki
Jiri Spicka - Praga
Marisa Trubiano - New York

2012
Edward Goldberg - Toronto
Philip Cooke - Edimburgo
Alfred Noe - Vienna

2013
Konrad Eisenbichler - Toronto
Joseph Farrell - Edimburgo
Augustine Thompson - New York

2014
Geo Vasile - Bucarest
Barbara Kornacka - Varsavia
Sanja Roic - Zagabria

2015
Ole Meyer - Danimarca

2016
Fernanda Elisa Bravo Herrera – Buenos Aires
Armando Maggi - Chicago
Miriam Oravcová - Bratislava




Resocconto di Italianistica - Premi Internazionali Flaiano 2016





XV PREMI INTERNAZIONALI FLAIANO PER L'ITALIANISTICA - LA CULTURA ITALIANA NEL MONDO


Otto sono i libri selezionati quest'anno dagli Istituti Italiani di Cultura all’estero e dai membri della giuria per la partecipazione alla 15^ edizione del Premio Internazionale Flaiano per l'Italianistica, organizzato dalla Fondazione Edoardo Tiboni, dall'Associazione Culturale Ennio Flaiano e dal Centro Nazionale di Studi Dannunziani in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Ufficio III della Direzione Generale del Sistema Paese) e con gli 83 Istituti Italiani di Cultura sparsi per il mondo.
Le otto opere selezionate sono risultate le seguenti:

1. Bravo Herrera Fernanda Elisa - Huellas y recorridos de una utopìa. La emigraciòn italiana en la Argentina - Istituto di Cultura di Buenos Aires
2. Harrison Thomas - In the Wake of Musil and Conrad: the Story of History in Claudio Magris "Alla cieca" - Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles
3. Madárasz Imre - Amore ed io. Letture di poesie petrarchesche - Budapest
4. Maggi Armando - Preserving the Spell: Basile's The Tale of Tales and Its After-life in the Fairy-Tale Tradition - Istituto di Cultura di Chicago
5. Marnoto Rita - O Petrarquismo Portoguês do Cancioneiro Geral a Camões - Istituto di Cultura di Lisbona
6. Miziołek Jerzy - Chopin e l'Italia - Istituto di Cultura di Varsavia
7. Oravcovà Miriam - L'analisi critica dei testi delle opere minori di Giovanni Boccaccio: Vita di Dante, Rime, L'Elegia di Madonna Fiammetta - Istituto di Cultura di Bratislava
8. Vasile Geo - Presagio del miracolo di Mario Luzi - Istituto di Cultura di Bucarest

La commissione giudicatrice, presieduta da Dacia Maraini e composta da Edoardo Tiboni, presidente dei Premi Internazionali Flaiano di Letteratura, Cinema, Teatro, Televisione e Radio, Dante Marianacci, presidente del Centro Nazionale di Studi Dannunziani, Giorgio Patrizi, professore ordinario di Letteratura italiana presso l'Università degli Studi del Molise e Paola Ciccolella, in rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dopo attento e approfondito esame delle opere, delle relazioni e delle schede illustrative fatte pervenire alla Segreteria organizzativa del Premio dai Direttori degli Istituti Italiani di Cultura all'estero, pur riconoscendo l'alto valore di tutte le opere partecipanti ha deciso, sulla base della votazione di ogni singolo componente fatta pervenire per corrispondenza alla Segreteria del Premio (c/o Mediamuseum- Piazza Alessandrini,34 - Pescara), di assegnare i seguenti tre premi ex aequo:

- Bravo Herrera Fernanda Elisa - Huellas y recorridos de una utopìa. La emigraciòn italiana en la Argentina (Tracce e ricordi di un'utopia. L'emigrazione italiana in Argentina) - Istituto di Cultura di Buenos Aires
- Maggi Armando - Preserving the Spell: Basile's The Tale of Tales and Its After-life in the Fairy-Tale Tradition (Preservare l'incantesimo - Lo cunto de li cunti di Basile e la sua sopravvivenza nella tradizione della fiaba) - Istituto di Cultura di Chicago
- Oravcovà Miriam - L'analisi critica dei testi delle opere minori di Giovanni Boccaccio: Vita di Dante, Rime, L'Elegia di Madonna Fiammetta - Istituto di Cultura di Bratislava

Il ponderoso volume di Fernanda Elisa Bravo Herrera pubblicato dalla Editorial Teseo, presentato dall'Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires rappresenta un contributo molto importante allo studio ed alla conoscenza dell'emigrazione italiana in Argentina del XIX e XX secolo, con un apparato documentario e letterario che prende in considerazione lettere, romanzi, testimonianze, racconti di viaggio, canzoni, poesie, teatro e altre fonti, facendo riferimento a molti autori, tra i quali Nievo, De Amicis, Pascoli, Zanzotto. Si tratta in definitiva, come opportunamente sostiene Romano Luperini nella prefazione, di un lavoro che "colma una lacuna e riempie un silenzio".
L'approfondito studio di Armando Maggi, pubblicato dalla University of Chicago Press, prendendo lo spunto dal famoso libro di fiabe di Giambattista Basile "Lo cunto de li cunti" (tornato di attualità grazie al recente film di Matteo Garrone), che viene approfonditamente analizzato nel capitolo introduttivo, mettendo in evidenza gli elementi del folclore, ma anche quelli più significativamente letterari (Apuleio etc), estende il discorso alla cultura e alla letteratura europea ed americana. Lo scopo è di dimostrare come il libro di Basile esprima una ricchezza nuova che passata attraverso la cultura romantica tedesca e i Fratelli Grimm, che composero riassunti delle 50 fiabe dell’autore napoletano, ora per la prima volta tradotte e riproposte da Maggi nella versione inglese in appendice al volume.
Miriam Oravcova, nel suo saggio, pubblicato a Nitra, sintetico ma assai ricco di nuovi spunti (presentato dall’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava), che vuole anche essere un omaggio a Dante nella ricorrenza del 750 anniversario della nascita, ripercorre criticamente  alcune delle opere considerate minori di Giovanni Boccaccio, come Le rime e L’Elegia di Madonna Fiammetta, soffermandosi particolarmente sulla Vita di Dante; opera in cui Boccaccio difende il capolavoro dantesco dai suoi detrattori considerandolo un’opera di grande valore. A tale scopo e per meglio illuminare la vita del Sommo Poeta, Boccaccio si servì anche di testimonianze di prima mano da una figlia e dalla nipote di Dante.

Le tre opere  dei vincitori del Premio di quest'anno, che si aggiungono ai 44  degli anni precedenti e rappresentano una parte importante delle eccellenze della cultura italiana nel mondo ed entreranno a far parte della biblioteca "Il libro italiano nel mondo" dedicata ai vincitori del Premio Flaiano d'Italianistica e agli oltre 300 volumi degli altri partecipanti alle varie edizioni riuniti in questa speciale sezione all'interno del Mediamuseum di Pescara.

La cerimonia di consegna dei Premi, consistenti nel Pegaso d'oro, si terrà a Pescara presso il Mediamuseum venerdì 21 ottobre alle ore 18,00 nell'ambito del  43^ Convegno Internazionale "Le città di d'Annunzio. Erbe, parole, pietre". La cerimonia si concluderà con un concerto di musiche da film eseguito dal gruppo di fisarmoniche "Diapason armonico".




Pescara, 7 ottobre 2016